Clinica e intercultura: il lavoro con i migranti Comparirà nel volume degli atti del Convegno degli Junghiani sull’intercultura tenuto nel 2007 a Roma, titolo da definire

       Intendo riflettere sul lavoro clinico, che è sempre interculturale per definizione, e particolarmente sul lavoro con i migranti che non si espleta necessariamente tra le quattro mura della stanza di terapia e coinvolge più strutture, più operatori e la necessità di ‘sporcarsi le mani’. Mi interesso a questa tematica da molti anni in quanto impegnata a costruire una prassi clinica che non riproponga come intervento la psicoterapia, considerata una modalità occidentale e occidentalizzante di cura, pur rispondendo ugualmente alle esigenze socio-psicologiche specifiche degli utenti.
Ritengo che le domande che arrivano dai migranti siano molto variegate e impongano percorsi di promozione della salute che connettano i problemi al sociale e alla comunità più vasta, anche nelle situazioni in cui si lavora con i singoli; ritengo che le risposte che noi “esperti” diamo debbano necessariamente coinvolgere sia una rete di operatori (ove sia necessario) sia la comunità in cui i problemi emergono, sia una riflessione sulla qualità della vita e sulle pratiche di convivenza. Nessuno più dei migranti pone problemi che sono a cavallo tra l’individuale e il sociale, che coinvolgono “grandi temi” di respiro molto ampio, riflessioni etiche (tra gli altri Telfener 2008 a). L’ottica di psicologia della salute (attenzione alle risorse, allargamento dei problemi alla comunità, collaborazione con gli utenti, esplicitazione delle ipotesi di lavoro e coinvolgimento di una comunità più vasta) mi sembra molto coerente per il tipo di lavoro che intendo proporre. Personalmente utilizzo le cornici concettuali in mio possesso: la cornice sistemica come griglia per leggere gli eventi e il modello della psicologia della salute (culturale – bio-psico-sociale) come possibile griglia di intervento.
La situazione socio-psicologica coi migranti cambia a una velocità sorprendente, quello che funzionava cinque anni fa oggi non è più utile, le esigenze/domande mutano velocissimamente; c’é bisogno di una riflessione serrata e veloce sui possibili interventi con loro. C’è bisogno di riflettere sulle pratiche e sulla relazione all’interno del sistema osservante (Telfener 2003) che include noi e loro.
In primis è necessario distinguere le popolazioni in quelle già alfabetizzate alla psicologia, alla lettura psicologica degli eventi, e quelle per le quali si tratta di un’esperienza “nuova” con i quali la relazione diventa molto intensa in quanto ogni intervento perturba in maniera significativa il sistema (come negli anni settanta qui in Italia in cui gli interventi psicologico clinici erano molto efficaci per la scarsa alfabetizzazione alla psicologia da parte degli utenti e la sensazione era quella di ‘fare miracoli’). Differente è poi la situazione rispetto all’accesso ai Servizi tra i migranti con permesso di soggiorno e quelli senza. Quelli “con” utilizzano i Servizi per facilitare il proprio processo di integrazione e di occidentalizzazione, in quanto l’aiuto psicologico diventa un processo coerente con la mentalità occidentale, un linguaggio “nuovo” a cui intendono alfabetizzarsi, quasi a voler essere ripagati attraverso la sanità gratuita delle difficoltà che hanno incontrato nel processo di integrazione. Quelli senza permesso utilizzano i Servizi anche per essere ‘visti’ e permettersi una pausa dall’obbligo di essere completamente invisibili. In questi casi la stanza d’aspetto diviene un contesto di apprendimento delle regole del paese ospitante, un luogo di socializzazione e il sintomo diventa la manifestazione di un’urgenza (quando nel quotidiano i loro desiderata passano sempre in secondo piano), di un bisogno di attenzione, di consolazione e amore. La voglia, il bisogno di raccontare lasciano però il posto alla necessità di rimanere integri e non mostrare le proprie debolezze in pubblico, non confrontarle con quelle di altri, nel timore che siano incommensurabilmente maggiori e più vergognose. Solo le donne trovano il coraggio di incontrarsi in gruppo e scambiarsi le loro esperienze, perché sanno, forse, che condivideranno anche le loro risorse (e alcune risate liberatorie e leggere).
Attualmente i migranti arrivano quasi sempre ai Servizi in urgenza, con una situazione di crisi conclamata (prima la salute mentale non la proponevano all’occidente e venivano ri-inviati in patria dai compaesani, oggi sembrano fidarsi di più delle strutture e della nostra cultura). Sempre in urgenza vengono inviati da Istituzioni quali Scuole o Tribunale quando la domanda non parte da loro, finalmente “visti” ma con una nota di giudizio, con la paura della critica, quindi con molta diffidenza e timore del verdetto finale. Differente è il tempo e lo spazio quando frequentano quelle strutture in cui socialmente vengono riconosciuti – il San Gallicano a Roma, oppure la Caritas, la ex centrale del latte – e in cui si può transitare anche per ricevere riconoscimento (se l’identità ha a che fare anche con il rispecchiamento pensiamo a delle persone che si devono necessariamente rendere invisibili!) oltre che per risolvere problemi medici, legali ed altro.
Quale atteggiamento avere di fronte agli extracomunitari? L’atteggiamento psicologico verso la multiculturalità è molto variegato: etnopsichiatria[1], psichiatria e psicologia trans-culturale[2]… anni e anni di pratiche diverse e sovrapposte, tante parole per designare l’impegno e la curiosità di studiare e riflettere sull’uguale e sul diverso in un mondo sempre più complesso e pure complicato. Qual è il problema? Come trattarlo nel contesto italiano, chi coinvolgere, che percorso proporre? Queste sono le domande che desidero mettere in comune con i lettori, all’interno di una cornice che definirei “pensiero culturale” che identifica il mio tentativo di attuare un decentramento osservativo e giudiziale sui processi di conoscenza, la disponibilità a contaminarsi e contaminare.
Tra una posizione universalista (che considera i problemi psichici uguali in tutto il mondo) ed una relativista (che ritiene l’etnia e la provenienza la priorità) scelgo un approccio clinico-interculturale che considera l’analisi della domanda come intervento al confine tra più culture, punto di partenza per definire la progettualità terapeutica. La psicologia interculturale si apre al dialogo culturale: anziché focalizzare l’attenzione sull’altro (etnopsichiatria) o sull’osservatore (transcultura), presta attenzione alla relazione tra i due. Si tratta della capacità di porre attenzione alla conoscenza reciproca che si è creata già nell’incontro, partendo da un rapporto che tenta di rispettare le differenze e di osservarle nella dinamica della relazione. Rispettare le differenze culturali, in questa chiave di lettura, significa accettare l’eterogeneità delle logiche che si incontrano, senza alterarne la loro coerenza e senza pretendere una sintesi (Telfener 2008 b).
Direi che ogni comunicazione è una comunicazione interculturale; per non rischiare che tutto sia letto come ‘cultura’ e quindi per non stemperare il concetto, generalizzandolo, la cultura di cui propongo di occuparci si riferisce specificamente ai simboli e ai significati che emergono nella relazione clinica, nel qui e ora della definizione del contesto, del problema e delle possibili soluzioni (progettualità). La cultura diventa quindi un costrutto operativo che emerge dall’incontro e si gioca nella relazione tra le rappresentazioni reciproche di coloro che condividono temporaneamente o stabilmente uno stesso contesto (clinici, utenti, accompagnatori, altre figure di aiuto nei più variegati contesti). Data l’estraneità delle situazioni che ci vengono presentate ho notato in situazioni di supervisione che i clinici più giovani rischiano di accendere eccessivamente la loro curiosità e cadere in trappole anche semplici (per esempio seguire alcune “stranezze narrative” derivate dalle particolarità dello sguardo dell’altro e a volte indizi fuorvianti) oppure rischiano di dare per scontata la domanda di intervento e saltare questa fase molto importante del lavoro. Si dà per scontato il bisogno di intervenire e si perde la propria neutralità, mettendo in atto interventi ortopedici (orthos = norma), normativi, diminuendo l’opportunità del sistema (terapeuta + famiglia) di costruire una narrazione evolutiva. La tendenza è quella di rispondere alla cultura “psi” dominante e offrire una prassi già stabilita e accreditata in occidente da anni di riflessioni.
Quali le dimensioni da prendere in considerazione? Parlare di lavoro con gli extracomunitari da un punto di vista sistemico significa parlare dell’operatore come

  1. lettore di contesti,
  2. costruttore di contesti,
  3. gestore di contesti.

         In quanto clinica sistemica non ritengo di avere a che fare con persone singole avulse da relazioni, né di trovarmi all’interno di tempi e spazi/contesti codificati e prevedibili. Ritengo di dover mettere in discussione le prassi usuali e prendere in considerazione alcuni elementi costitutivi del lavoro specifico coi migranti.
La prima dimensione importante mi sembra quella della relazionalità. Non credo che rispetto alle istanze psicologiche possiamo riferirci a sistemi dati a priori, il migrante da solo, né a lui/lei e alla sua famiglia senza considerare che i sistemi di appartenenza in questi casi hanno spesso a che fare con sistemi allargati, molto allargati. Di questi sistemi dovremmo far emergere le regole del gioco per individuare le risorse e i limiti e per entrarvi in maniera rispettosa e propositiva. I rapporti sono sia con coloro che si sono lasciati in patria (chi ha dato il permesso a migrare e la benedizione a partire e i parenti e gli amici con cui ci si continua a confrontare anche a distanza, anche in silenzio), sia con coloro che si sono trovati nel presente, nel paese ospitante; sia con i simili che con gli stranieri per gli stranieri. Come clinici dobbiamo affrontare sia l’accoglienza che l’esclusione e ad ambedue prestare attenzione. Relazionalità vuol anche dire invitare alle sedute persone “nuove” nella vita degli utenti, di fresca conoscenza, significative in quanto conoscono il contesto italiano (utili a sporcare il setting, a renderlo più complesso) e non sottovalutare la relazionalità con noi, che siamo i padroni di casa del contesto in cui si trovano al momento. Con persone che mal conoscono la nostra lingua significa anche una maggiore attenzione a quello che si fa in seduta anziché a quello che si dice (troppe parole, troppa razionalità, ci se ne accorge quando si è di fronte a persone che seguono logiche diverse), aspetto spesso sottovalutato e sottaciuto. Con i migranti le parole sembrano strumenti non sufficientemente potenti per innescare una perturbazione mentre gli oggetti ‘transizionali’ (il tè preso assieme alla paziente, il cibo, l’offerta di piccoli oggetti da condividere, descrivere, usare) diventano eventi rituali che costruiscono un clima comune e una condivisione immediata. Propongo una strategia non sempre prevedibile per muoversi verso l’altro (in occidente ormai sembrano bastare le parole), è necessario quindi inventarsi nuovi codici di incontro, costruire una fiducia non unidirezionale ma fatta emergere dal reciproco scambio di azioni (coordinazione di coordinazione di comportamenti che costituisce l’accoppiamento relazionale).
La seconda dimensione la riferirei agli aspetti contestuali specifici: territorialità come luogo conosciuto/ignoto, come un qua tutto da scoprire – fonte di potenziali pericoli – e un la conosciuto, già esplorato, sicuro. Un luogo da considerare è quello di provenienza, un altro è quello in cui il problema è insorto (quasi sempre l’Italia in quanto partono i sani), un terzo è costituito dalla riflessione sull’integrazione in Italia e con l’Italia, un altro è quello in cui si svolge la consulenza, fatto di regole diverse (siamo in uno studio privato o in un Servizio? Lavoriamo come consulenti di un ospedale, della scuola oppure come clinici in un servizio specialistico? Facciamo interventi di I o di II livello?[3]). I contesti per i migranti sono spesso totalmente idealizzati oppure svalutati; compito clinico diventa quello di co-costruire un esame di realtà che smussi e integri le differenze. Gli spazi, parimenti, non sono quelli canonici: diventa terapeutico recarsi ad un funerale di un parente di un utente, mangiare con lui/lei qualcosa nell’incontro (cotto e portato da lui/lei), accettare un invito, accompagnare da un medico, ed è necessario – a mio parere – sporcarsi le mani e uscire dall’asetticità della propria stanza.
Anche rispetto ai tempi ci sono dei distinguo da fare. I migranti vivono un tempo sospeso, coabitano in loro più tempi diacronici del presente e del passato: il tempo presente è quello su cui prestare attenzione precipua, quello su cui loro spendono molte energie per apprendere la coabitazione con i tempi/luoghi dell’occidente, così diversi dai loro. Il tempo dell’insorgenza della prima crisi è un tempo diverso, che permette una narrazione differente, in quanto si chiede aiuto quando fallisce la collusione, quando i soliti giochi relazionali entrano in crisi e questo accade spesso nell’impatto coll’Italia; abbiamo poi un tempo mitico che di solito corrisponde al momento in cui si è decisa la migrazione e si è intrapreso il progetto del viaggio; si tratta di un periodo lungo, denso di particolari, di cui a volte è necessario parlare. (Cinque/sei anni fa era assolutamente necessario/irrinunciabile farlo); c’è poi un tempo passato, che a mio parere non è altrettanto importante che con gli utenti italiani. Si tratta di un tempo che viene mantenuto vivo da coloro che intendono ritornare in patria ma che viene volentieri messo da parte dagli altri, in quanto fonte di nostalgie e dolori, di speranze ridimensionate e di idealizzazioni perse. Il lavoro indietro nel tempo con gli antenati può risultare invece utile, ma non sempre; più necessario quello con personaggi distanti, assenti, fantasmatici, (l’interlocutore mentale cui si rivolgono nei loro pensieri, chi ha dato la sua benedizione al viaggio, chi tiene un filo via telefono, skype o internet). Noi sistemici lavoriamo molto con il tempo futuro che permette di identificare le speranze e di chiarire i progetti del presente, più facilmente proiettati in un tempo a venire, lontano, non urgente. Ricerco poi spesso un tempo immobile, una specie di sospensione del tempo: si tratta del vissuto di quegli individui, uomini e donne, che conducono una vita virtuale, e sono molti: non si sono integrati in Italia, non riescono ad ottenere il permesso di soggiorno, oppure pur avendolo non sono riusciti a organizzarsi con un lavoro e una vita stabili, e non hanno neppure più contatti significativi con le persone in Patria. Per esperienza, si tratta di persone che sono giunte in Italia non tanto spinte da motivazioni economiche o politiche quanto da ambizioni lavorative e di crescita personale spesso troppo elevate rispetto alle reali potenzialità e che non sono riusciti a fare i conti con la forte discrepanza con il loro progetto migratorio nel rapporto tra le aspettative/le speranze e la realtà con cui si sono confrontati. Hillman chiamerebbe la loro “perdita dell’anima”

in cui l’individuo è estraniato da sé, non riesce più a trovare il contatto, né all’esterno, con gli altri esseri umani, né all’interno, con se stesso. È incapace di partecipare alla vita sociale, ai riti e alle tradizioni: sono cose morte per lui e lui è morto per loro. Il legame con la famiglia, con il totem e con la natura è scomparso. Finché non si riappropria della sua anima, quell’uomo non è più veramente umano. È “assente”, è come se non avesse mai ricevuto l’iniziazione, non avesse mai ricevuto il nome, come se non fosse mai veramente nato (Hillman 1983, p. 35)

       Anche i tempi degli incontri (frequenza e durata) non sono scontati: tempi dilatati, rinuncia ad appuntamenti settimanali tipici del setting occidentale, possibilità di rimandare una seduta se si è finalmente trovato un potenziale datore di lavoro. Flessibilità degli incontri e degli orari, quindi. Due parole vanno dette poi sui tempi interni agli incontri: a mio parere non è etico proporre un setting psicoanalitico classico, con il silenzio e l’attesa che i contenuti scaturiscano dagli utenti: non sono alfabetizzati alle nostre prassi di cura e raramente sanno cosa ci si aspetta da loro. L’imperturbabilità del clinico è a volte fuori luogo e “spaventante”, diventa necessario creare un clima di partecipazione e di aiuto, di comune lavoro sui problemi: domandare, fare ipotesi esplicite, condividere il proprio punto di vista, chiedere quello dei partecipanti, scambiare idee e commenti, mostrarsi trasparenti diventano operazioni necessarie. A domanda è facile rispondere, rompere un silenzio quando non si sa quello che l’altro si aspetta da noi può diventare assurdo. Diventa quasi sempre necessario che ci costituiamo come testimoni dei loro sforzi e dei loro successi, anche piccoli piccoli. Così è quasi sempre indispensabile stabilire un contatto con il territorio, sia per connettere le persone al loro ambiente sia per contattare altri operatori e lavorare in concerto. Occorre quindi tradurre il metodo per incontrare le esigenze dell’altro.
Il setting da proporre impone a sua volta delle scelte: le domande provengono dai singoli e da una committenza sociale esterna all’utente designato (la scuola, il tribunale, l’ospedale, il sociale più in generale). La domanda è spesso quella di proteggere una specifica popolazione dalla trasgressione alla convivenza che si impone con un determinato comportamento. Proporrei un setting contaminato e complesso, con progetti a tempo, coinvolgimento della rete, limitazione degli interventi di secondo livello (la terapia). È necessario immaginare interventi alternativi e nuovi, fuori dai soliti schemi. Dobbiamo pensare che è il contesto che trasforma i problemi in possibilità ed è quindi necessario intervenire sul contesto dei migranti in una azione che non si risolve con la sola spiegazione dei meccanismi mentali né necessariamente all’interno della asetticità della stanza di terapia. E’ la relazione che cura, è la relazione che permette che emergano problematiche e malesseri. Si tratta di creare dei Servizi che siano competenti sul piano culturale, che non significa assolutamente che i migranti abbiano dei Servizi dedicati, ma che tutti i Servizi possano far fronte alla complessità culturale[4], che partano complessi non che lo diventino in itinere e che siano capaci di riflettere collegialmente sui casi anziché rispondere singolarmente all’urgenza. È importante proporre progetti sul Territorio che siano a tempo e accedano alle risorse di tutti.
Sto proponendo un setting che rinunci come motivazione primaria del lavoro a ogni fantasia di cura, guarigione, crescita, e quindi rinunci alle interpretazioni, a una salute mentale pensata come a priori, fatta di diagnosi, prognosi, DSM. Non si tratta neppure di dare consapevolezza (rendere conscio l’inconscio, spiegare le trame relazionali), né di condividere la pretesa di un adattamento ottimale, né del tentativo di integrare e di rendere coerenti le storie e le vite quanto del coraggio di sopportare l’ansia di rimanere in territori sconosciuti, di rinunciare alla razionalità e al controllo a favore di una relazione attenta e partecipata.
Non si tratta neppure di stare all’interno dei Servizi e uffici ad aspettare che le persone giungano a noi: in molte regioni italiane (vicino a Parma e nel Lazio, tra le altre) ci sono molti agricoltori indiani sik che si occupano delle campagne e del bestiame, vivono in casali isolati e la sera bevono, a volte, spesso, picchiano le mogli. In Emilia – sia a Iesi che ad Ancona che a Imola – mi sono state raccontate realtà di donne brasiliane che hanno lasciato la loro patria credendo di raggiungere la mecca, magari al seguito di un turista sessuale che ha promesso loro quello che dell’Italia conoscevano già attraverso le soap opera, i quiz, la realtà che la televisione proponeva loro (soldi, luci, leggerezza). Si trovano poi in mezzo alla campagna, ad abitare con le famiglie estese e vengono integrate in nuclei che non le apprezzano, al seguito del membro spesso meno prestigioso della casa, in posizione di subordinazione, squalificate e trattate come “serve” e si deprimono irrimediabilmente. Come venire a conoscenza di queste realtà, come raggiungerle senza aspettare che la situazione diventi irreversibile, come proporre interventi di promozione della salute a soggetti che cercano di rendersi trasparenti e che procurano dolore a sé e ad altri? Perché stiamo ancora ad aspettare che arrivino persone “scoppiate” direttamente al nostro uscio, pronti a fare diagnosi, ad offrire un setting tradizionale? Perché non ci liberiamo dei pregiudizi e ritroviamo il coraggio di uscire nel Territorio e fare prevenzione? Penso ai day hospital e quanto siano luoghi di cultura della patologia, vere e proprie serre dove si rischia costantemente lo status quo e il rischio iatrogeno. Perché non proporre percorsi alternativi?
       Costruire la committenza significa spostare l’attenzione dalla patologia mentale alle questioni socio-psicologiche allargate e, ancora, spostare l’investimento dalla questione come è stata posta alla relazione con noi, per renderci conto che la relazione clinica si basa:

  1. sull’analisi della domanda
  2. sul riconoscimento/gestione del disordine
  3. sul rispetto.

         Propongo l’abbandono di categorie diagnostiche a priori a favore di una soggettività più precipua e partecipata, non separando il sintomo dalla persona, non separando il soggetto dai suoi universi (T.Nathan 1990), non separando il clinico dal suo paziente. Propongo all’operatore di entrare nell’universo dell’altro e di ricercare o costruire una coerenza tra tutte le mappe che sono in campo: nessuno ha più ragione degli altri, il tentativo diventa quello di embricare i punti di vista tra loro, per passare dalla forma al processo e trovare un punto di vista sovraordinato che contenga le mappe di tutti i partecipanti.
Il processo di trasformazione viene messo in movimento già all’incontro della struttura poi dei suoi operatori, attraverso il lavoro comune sulla domanda, senza bisogno dell’attivazione di uno specifico dispositivo terapeutico. La funzione terapeutica non può essere implementata dall’esterno, ma solo sollecitata a riattivarsi in quanto funzione interna all’individuo e al sistema, di cui rappresenterebbe una qualità emergente, altamente specifica e trascendente l’individuo stesso.
È necessario il passaggio da una tecnica prescrittiva (l’incontro al fine di creare un cambiamento) all’ascolto inteso come la capacità di riconoscere e apprezzare l’importanza della narrazione portata. Ascolto quindi non da una posizione esterna, privilegiata, ma partecipato, empatico e interattivo. Lo straniero del resto è portatore di narrazioni straordinarie.
Vorrei sottolineare un ultimo aspetto fondamentale e già accennato: le lenti e i modelli che utilizziamo non sono sempre i più adatti per affrontare il lavoro con i migranti – l’ha sostenuto anche Laura Fruggeri al Congresso della SIPPR (Novembre 2006, Bari):

Nuove famiglie, nuove patologie è il termine che utilizziamo per richiamare la discontinuità, le famiglie non sono nuove, è “nuovo” lo sguardo che abbiamo adottato noi. Prima la diversità era considerata devianza. Dobbiamo fare i conti con le discontinuità culturali presenti ovunque, discontinuità che attivano compiti di sviluppo che sono inusuali e ci propongono modelli di plurinuclearità e plurigenitorialità, l’intreccio tra dinamiche sociali e familiari e multiculturalità. La cultura ha aspettative spesso obsolete e questo favorisce il processo di costruzione della patologia in quanto le famiglie si sentono differenti rispetto alle aspettative usuali e quindi criticate e depotenziate nelle loro strategie. I loro normali processi di coping, anche molto creativi,  rischiano di venir patologizzati. Il nostro approccio è troppo universalistico.

     Questa riflessione ci spinge a continuare a pensare ai nostri modelli e a modificarli in base alle esigenze degli utenti e ai cambiamenti sociali, molto veloci, anziché aspettarci che siano gli utenti a doversi adattare alle nostre griglie.

Proposte per il lavoro coi migranti

  • Non separare i migranti dagli altri utenti;
  • Nel vederli rispettare la complessità socio-culturale di cui sono portatori;
  • Ipotizzare una progettualità molto minuziosa (a tempo);
  • Disporre un coordinamento serio tra operatori anche di agenzie diverse;
  • Organizzare un lavoro sui sistemi osservanti e quindi sul contesto di cura e sugli operatori implicati oltre che sugli utenti e il loro sistema di coerenze;
  • Applicare una monitorizzazione stretta sulle premesse del gruppo degli operatori;

                            Fig. 1

L’atteggiamento da tenere nel lavoro con i migranti

  • Sapere di essere un agente sociale: avere la responsabilità di creare contesti evolutivi e situazioni progettual;
  • Non pretendere di curarli, non sono malati altro che di contesto;
  • Pensare sempre che ciascun individuo e famiglia ha le proprie risorse interne, si tratta di creare contesti in cui sia possibile farle emergere, far emergere l’expertise delle persone;
  • Creare processi evolutivi e interconnessi;
  • Creare un setting in cui si possano fare esperienze concrete, affrontare problemi concreti per accedere al generico;
  • Decentralizzarsi e sapersi tirar fuori.

                              Fig. 2

 

 

      Termino questo breve scritto ricordando al lettore che come operatori dobbiamo ritagliarci una doppia posizione che medi tra l’ottimismo delle risorse presenti e il realismo della situazione in atto. “Immaginare col cuore” è la metafora che mi viene in mente dopo tanti anni che mi occupo di migranti.

Note

[1] L’etnopsichiatria è stata definita dall’etnologo e psicoanalista di origine ungherese George Devereux (1969) come il punto d’incontro fra la cultura e il binomio normalità-patologia. In realtà si è trattato di un tentativo di raggruppare i disturbi psichici delle popolazioni diverse da quella occidentale per etnia e per cultura per considerarne analogie e differenze. L’attenzione precipua è al sistema osservato e l’osservatore si considera “neutrale” pur avendo una epistemologia ben definita, quella occidentale, che non viene messa in discussione.

[2] La psichiatria transculturale propone un percorso che può essere rappresentato attraverso la metafora del viaggio, dello spostamento attraverso che l’esploratore/ricercatore/clinico può compiere. “Si tratta di un atteggiamento attento all’osservatore e alla necessità da parte dell’osservatore di osare di più, riuscire a ‘smembrarsi’ per poi ri-comporsi, trans-itare, ritornare, trasformarsi, per poter costruire.” (Ancora 2003, p. 529). In questo caso la definizione epistemologica è ribaltata rispetto alla posizione etnopsichiatrica: l’attenzione è sull’osservatore e sulle sue griglie di decodifica.

[3] Interventi di primo livello sono gli interventi erogati dai mediatori culturali e dagli operatori che considerano importante fare un’analisi della domanda e intervenire utilizzando le forze in campo sia da parte degli utenti stessi che da parte del Servizio in cui la domanda è stata fatta:  lo spiegare il funzionamento dell’Italia e l’accesso alle diverse strutture socio-assistenziali e mediche allo straniero, l’STP – la formulazione di una tessera per accedere alle cure – il colloquio di accoglienza per compilare una o più schede conoscitive, ma anche favorire la socializzazione, indagare un problema, proporre interventi aspecifici, gestire un gruppo, prendere in carico  un sintomo senza ricorrere ad una psicoterapia. Sono interventi di secondo livello quelli specialistici: le visite dermatologiche, generiche, ginecologiche, pediatriche e l’accesso – su richiesta – ad una visita psichiatrica da parte di una équipe formata da operatori diversi, psichiatra e psicologo tra gli altri.

[4] Faccio molta supervisione agli operatori dei CSM e incontro singoli clinici che sono molto competenti e preparati, pieni di buone intenzioni, la prassi che propongono è però standardizzata, basata sull’urgenza, per cui la collusione sulla malattia diventa inevitabile e il contesto perde la possibilità di espletare il proprio potenziale curativo. Anziché offrire un contesto rispettoso, in cui succedono cose interessanti e la curiosità è la molla degli incontri le persone che chiedono aiuto vengono omologate tra loro e il frame patologico organizza azioni, interpretazioni e operatività.

 

Bibliografia

Ancora A. (2003), Transcultura, in Telfener U., Casadio L.(a cura di) Sistemica, voci e percorsi nella complessità, op. cit.

Devereux G. (1969), Mohave ethnopsychiatry, Smithsonian Institute, Washington

Fruggeri L. (2006), L’affermazione della cultura della differenza nello studio delle famiglie, Atti del Convegno Internazionale della SIPPR (Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale), La terapia multimodale e la cultura: due strade per comprendere la mente, Bari novembre 2006

Hillman J. (1989), Fuochi Blu, Adelphi Torino1996

Telfener U. (2008 a), Il lavoro con i migranti in Italia: per una pratica etica basata sul rispetto, in P. Barbetta (a cura di) Volume con titolo da definire, Raffaello Cortina, Milano

Telfener U. (2008 b), Il lavoro con i migranti, una introduzione alla polifonia, Atti del Convegno Internazionale della SIPPR, La terapia multimodale e la cultura: due strade per comprendere la mente, Bari novembre 2006

Telfener U., Casadio L.(a cura di) (2003), Sistemica, voci e percorsi nella complessità, Bollati Boringhieri, Torino

Nota biografica

Umberta Telfener, laureata in Filosofia e in Psicologia, psicologa clinica, è professore a contratto alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute, Università degli Studi di Roma La Sapienza. Ha lavorato in un Centro di Salute Mentale per 10 anni e lavora a Roma come libera professionista dal 1976. Didatta del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, ha pubblicato numerosi articoli su riviste italiane e internazionali. Ha curato i volumi: Ammalarsi di psicoterapia (FrancoAngeli 1998), Dall’individuo al sistema (Bollati Boringhieri 1991), Sistemica. Voci e percorsi nella complessità (con L. Casadio) (Bollati Boringhieri, 2003), ed è autrice di Ho sposato un narciso (Castelvecchi 2006); Le forme dell’addio. Effetti collaterali dell’amore (Castelvecchi 2007);

E-mail: utelfner@telematica.it

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