Riflessioni sulla terapia individuale sistemica

Umberta Telfener[1]

Non preoccupiamoci troppo. In fondo non siamo noi a curare i
nostri pazienti. Noi semplicemente stiamo loro vicini e facciamo
il tifo mentre loro curano se stessi. Erich Fromm

Alla richiesta di scrivere un articolo sulla terapia individuale sistemica (tis) la prima cosa che ho fatto è stata quella di lamentarmi, in quanto pensavo fosse “antiquato” proporre specificità di un modello rispetto ad un altro. Le scuole sono nate negli anni cinquanta, sessanta – organizzate intorno ad una o più figure carismatiche – ed hanno avuto una importanza notevole sia per la crescita della terapia in generale sia per la specificazione dei modelli clinici e della teoria del cambiamento.  In questo momento storico quasi ogni clinico si è fatto più di un training e  comunque è stato esposto a molte riflessioni sul processo clinico; oggigiorno regna una ecletticità che non è né giusta né sbagliata, semplicemente è. Credo che sia sempre più vero che i differenti modelli terapeutici, pur teorizzando pratiche diverse[2], propongono nei fatti una prassi molto simile. La terapia si divide sempre più in buona e cattiva pratica anziché venir differenziata rispetto al modello di riferimento. Abbiamo pertanto più psicoanalisi, più modelli sistemici, più terapie cognitive. Nessun clinico può evitare di pensare che l’inconscio esista anche se noi sistemici non gli prestiamo troppa attenzione in terapia; chi espone il paziente a ciò che fa paura riesce a far cambiare la percezione dello stimolo, anche di questo dobbiamo tenere conto, anche se non tendiamo a farlo come relazionali; così delle potenzialità nell’uso del corpo, pur non sapendo noi quasi neppure cosa sia.
Pensando a quello che avrei scritto ho poi compreso quanto fosse invece importante riflettere sul nostro operato di clinici e ho fatto ammenda rispetto alle critiche iniziali.
Faccio molta supervisione in contesti diversi e sempre più mi accorgo che il dialogo tra clinici di orientamenti diversi è non solo fruttuoso ma anche molto ricco, anche se spesso, attenuandosi le differenze, emerge il rischio del rischio iatrogeno (perdere la specificità fa si che non si identifichino più i parametri rispetto ai quali confrontarsi, si rischia di giustificare tutto e non si opera secondo una falsificazione del processo; niente è cioè considerato un errore). C’è per esempio, una grossa confusione su quali siano gli aspetti su cui ci si debba focalizzare: possibile che ogni clinico si occupi nello stesso modo di tutto quello che gli viene portato? Certo che no. Credo che ciascun modello abbia una sua specificità e che il nostro paradigma sistemico, più di altri, si differenzi dagli altri per l’attenzione precipua al contesto, per il rispetto della circolarità e il tentativo di superare il riduzionismo in ogni suo aspetto.

LA SPECIFICITA’  DELL’OTTICA SISTEMICA

I modelli, lo abbiamo già detto tante volte, sono artefatti culturali e seguono le metafore dominanti e debbono quindi ristrutturarsi nel tempo.  In questo periodo storico noi ci differenziamo in quanto:

  • prestiamo attenzione alle relazioni. Il nostro focus è centrato sul “pattern che connette” il sistema consulente al sistema committente, attraverso un processo che mette in atto sia spinte verso la stabilità che verso l’evoluzione. Stiamo parlando del ciclo ermeneutica di interpretazione e azione su cui si fondano tutti gli affari umani, come direbbe Varala per cui il punto importante diventa incontrarsi e superare le identità separate, considerarsi catalizzatori e partecipanti attivi ad un sistema che si auto-organizza e che evolve. Relazionalità è la nostra specifica, ci definiamo relazionali-sistemici ed è importante che non perdiamo questa nostra caratteristica e che non ‘regaliamo’ questo nostro expertize ad altri modelli, come era successo, per esempio, alcuni anni fa quando avevamo ceduto il privilegio di parlare di relazioni ad un ramo della psicoanalisi (Greemberg e Mitchell, Eagle, Sulloway), rimanendo noi silenti. Relazionalità si esprime in ogni direzione, nel fatto che l’individuo non è mai considerato in solitudine ma parte integrante di una rete di individui, in famiglia, nel resto della sua vita, nelle relazioni del qui e ora della stanza di terapia. Neppure il clinico è solo, in quanto è naturalmente connesso al sistema che ha richiesto aiuto e al gruppo di colleghi che fanno parte del sistema determinato dal problema: chi altro si occupa del caso? Come è possibile coordinare le azioni di ciascun esperto con quelle di tutti gli altri, in modo che il progetto terapeutico possa risultare evolutivo anziché essere solamente la sommatoria di più interventi singoli[3]?

Non è solo la rete relazionale quella che conta ma anche la relazionalità tra idee, comportamenti ed emozioni, tra tempi storici diversi (passato, presente, futuro, tempo della crisi, tempo in cui è insorto per la prima volta un sintomo), tra narrazioni complementari, tra memoria semantica e memoria episodica, tra storia vissuta e storia raccontata…. I singoli comportamenti ed i sintomi stessi sono mosse di un gioco più grande dell’individuo che coinvolge connessioni tra contesti, idee e persone diverse.

  • Proponiamo un’ottica che accoglie la complessità, la co-costruisce e la gestisce, non ammettendo la semplificazione. Nell’ottica sistemica è il più complesso che spiega il più semplice e questa complessità contestuale (del sistema osservato e anche del sistema osservante) va gestita. Partiamo da essa, cerchiamo di mantenerla ad un buon livello di comprensione e gestione. Cosa significa questo? La complementarietà dei punti di vista, il tentativo di non operare sintesi ma accettare anche la confusione, il lavorare col disordine anziché pretendere spiegazioni chiare e organizzazioni razionalmente definite, considerare versioni multiple per ottenere punti di vista non definitivi. La circolarità nella lettura degli eventi è un altro ingrediente coerente col rispetto della complessità, che andiamo addirittura a costruire in seduta, non chiedendo direttamente alle persone cosa pensino ma chiedendo a ciascuno cosa pensa un altro pensi. “Ripopolare le storie” lo chiamava Peggy Penn.

Anche ad un individuo solo chiediamo di mettersi nelle scarpe degli altri, di considerare il nostro punto di vista (la nostra trasparenza) e di “giocare” con le ipotesi (una “comunità che costruisce significato”, una “conversazione generativa” definiva il contesto clinico Harlene Anderson). Come mantenere un livello di complessità quindi con un individuo solo? Proponendo punti di vista alternativi, sottolineando narrazioni diverse, proponendosi come interlocutore reale che esplicita idee e stati d’animo, falsificando attivamente le idee presentate, presentificando altri del contesto del paziente. Personalmente solo di rado chiamo altre persone alle sedute, più spesso utilizzo quello che so di tutte le persone nel contesto per sottolineare altre prospettive. Il concetto stesso di ipotizzazione è coerente con la complessità: non facciamo interpretazioni come se sapessimo quello che sta avvenendo, possiamo solo fare delle ipotesi euristiche, che siamo pronti a lasciar cadere.
Gestire la complessità significa tra l’altro accettare il cambiamento costante dei modelli di riferimento sia culturali che teorici e rifiutare leggi e regole determinate una volta per tutte.

  • Proponiamo un modello bio-psico-sociale per cui  il comportamento umano è determinato da fattori biologici, psicologici e sociali. Aggiungerei i fattori culturali che tanto in questi ultimi anni ci stanno insegnando rispetto a come funziona il mondo. Rispondere a questo modello significa non semplificare, integrare più livelli di osservazione/analisi/spiegazione e favorire una complementarietà di punti di vista e di livelli di intervento diversi.

Significa considerare l’individuo olisticamente nel suo contesto e a questo contesto prestare molta attenzione, perché le persone sono malate di contesto, e il contesto è il sociale. Personalmente credo, e prendo una posizione molto forte, che sia il sociale a determinare  e influenzare pesantemente le altre variabili. Concordo pertanto pienamente con il collega e amico Eia Asen quando sostiene  che “I clinici sono dei lettori, dei marcatori e dei gestori di contesti ed è sempre il contesto che trasforma dei mostri in bambini” (giornata all’Università La Bicocca Milano, 17-11-06). Anche con un individuo solo una buona parte del lavoro è un lavoro sul contesto in quanto gli individui cambiano se cambia il loro dominio di interazioni.
Pur prendendo in considerazione le metafore più attuali della scienza e riferendoci alle teorie più nuove e scientificamente stimolanti, pur facendoci contagiare da modelli altri, in quanto sistemici sin dall’inizio ci siamo allontanati da un’ottica “medica” che utilizza metafore quali cura, disturbo, malattia, intervento prescrittivo, per considerare invece la coerenza di quel determinato sistema che include un sintomo. Pensiamo che i problemi non abbiano una “causa” che si possa utilmente scoprire; un problema è la situazione raggiunta fino al momento attuale dall’intera storia della deriva strutturale co-ontogenetica – direbbe Maturana – che al momento in cui il paziente si presenta in seduta coinvolge anche noi.
Gli aspetti “bio” sono scarsamente presi in considerazione da noi sistemici che “permettiamo al corpo di parlare”, e prestiamo attenzione al linguaggio esplicito del corpo; personalmente sento come una lacuna la scarsa conoscenza della corporeità e degli aspetti non verbali in terapia. C’è poi un altro discorso importante da fare, che riguarda i farmaci e il loro uso. Personalmente lavoro a stretto contatto con un collega psichiatra cui invio le persone che ritengo ne abbiano bisogno in quanto penso che gli interventi integrati siano un valore aggiunto. A volte è addirittura più economico intervenire coi farmaci e solo in un secondo tempo proporre, su richiesta, un lavoro psicologico (un adolescente a un mese dalla maturità, che inizia crisi di panico molto forti; una signora che ha subito un lutto; una persona che sta troppo male a seguito di un abbandono; un paziente maniaco-depressivo che deve regolare l’umore prima di potersi sedere e riflettere…)
Rispetto all’aspetto “psico”, l’ultimo da prendere in considerazione, sono personalmente molto critica delle categorie psicologiche che mi sembrano spesso sovradimensionate. La cultura occidentale ha inventato la psicologia e poi ne ha abusato, ci sono molte situazioni in cui il rapporto è molto più importante delle categorie psicologiche che si intende utilizzare e in cui le narrazioni che emergono diventano importanti proprio perché lontane da ogni interpretazione. Il discorso potrebbe essere molto lungo.

Credo che possa essere un  vero minus perdere queste nostre precipue caratteristiche, molto utili sia nel leggere i contesti e intervenire su progetti sociali che nel fare terapia familiare o individuale. Sinceramente non credo che questa tra terapia individuale e familiare sia una differenza sostanziale. Personalmente preferisco incontrare individui singoli ma in seduta presentifico molte persone e poco mi occupo di ciò che avviene solo tra le orecchie di un solo individuo.
Mano a mano che passa il tempo sono sempre più consapevole delle potenzialità dell’ottica sistemica, che a mio parere è uno strumento di lettura dei contesti davvero eccezionale e può diventare una modalità di intervento sofisticata e potente. Permette di non semplificare, di contestualizzare, introduce il tempo e l’osservatore nel contesto, permette di decostruire le mappe e danzare insieme nella costruzione di una realtà terapeutica su cui sia possibile lavorare; permette di progettare interventi pensati e coordinati con altri addetti ai lavori, di considerare importanti tutte le persone che fanno parte del sistema creato dal problema..
Non ci sono a mio parere grosse “novità” da riportare nel campo della terapia individuale, non tecniche straordinarie (se non “tecniche nuove di giornata”, prese a prestito da altri ambiti e trasversali ai modelli terapeutici – sto pensando all’EMDR, tecnica neuro-ipnotica di sicura efficacia, sto pensando al lavoro sull’emisfero sinistro attraverso il disegno, tra gli altri), non modalità di lavoro assolutamente nuove, non contesti in cui entriamo per la prima volta. Non intendo in questo scritto proporre nuove ipotesi di lavoro e nuove tecniche ma mettere in ordine ciò che ciascuno di noi già sa, mettere in ordine e riflettere sulle premesse del nostro agire, perché credo che siano le nostre premesse a creare il valore aggiunto del nostro lavoro e che troppo poco spesso negli ultimi anni ci siamo fermati a riflettere su questo livello. 

PREGIUDIZI SISTEMICI  “ADATTATIVI”

Intendo pertanto riflettere insieme a voi lettori sugli elementi che contribuiscono al processo evolutivo della psicoterapia, fattori che si riferiscono ai pazienti, al clinico, alla relazione tra i due e al processo che si viene a creare. Idee e azioni che dovrebbero essere esplicite e che invece vengono spesso lasciate implicite, assiomi che possono aiutare o bloccare il processo stesso. Si tratta di “bonus” che abbiamo come sistemici, in quanto derivano dalla nostre teorie, alcuni “pregiudizi” che rendono il nostro lavoro più facile rispetto a quello di altri modelli.

 “Punti di forza” dei clinici sistemici:

  • Autoreferenzialità, ineluttabile a tutti i livelli (tra teoria e prassi, tra osservatore e osservato…)
  • Attenzione alle risorse presenti
  • Fiducia nel contesto
  • Fiducia negli umani, credere che cambino inevitabilmente
  • Lavoro di rete anche con un individuo solo: prendere in considerazione i sistemi implicati
  • Considerarsi in quanto clinici parte integrante del sistema di cura
  • Lavoro attivo sulle premesse in campo (lavoro epistemologico sulle modalità del conoscere)
  • Inconscio immaginato come positivo
  • Intervenire sul cambiamento del cambiamento
  • Patologia considerata come adattativa, funzionale, il tentativo di soluzione di un problema
  • Importanza dell’analisi della domanda
  • Operare da una posizione in cui si sa di non sapere
  • Accettazione dell’esistenza di punti ciechi (non sapere di non sapere)
  • Lavorare su ipotesi euristiche evolutive e processuali
  • Co-sviluppo di una coerenza narrativa
  • Proposta di un setting contaminato
  • Atteggiamento irriverente
  • Decostruire le narrazioni, allargare le mappe, intervenire per ampliare le possibilità
  • Interventing interviewing
  • …………………………………..

Come raccontarli? Andrò brevemente a sottolineare alcune specificità del modello sistemico e alcune convinzioni che, a mio parere, avvantaggiano la processualità nel lavoro con gli individui. Gli aspetti che prenderò in considerazione varrebbero anche per il lavoro con le famiglie, le organizzazioni e i contesti. Andrò ad analizzare i singoli aspetti, a mio parere vantaggiosi, selezionandoli rispetto ai diversi livelli implicati nel lavoro psicoterapeutico, quello epistemologico, il modello dell’umano e del rapporto con il contesto, la  teoria del modello, la teoria della tecnica.

Livello epistemologico

E’ la scelta epistemologica quella che differenzia i diversi modelli terapeutici uno dall’altro. Condividere un’ottica meccanicistico-determinista oppure definirsi costruttivisti implica letture, priorità, operatività assolutamente diverse. Nel primo caso significa lavorare su quelli che Heinz von Foerster chiamava indecidibili (in quanto sono già decisi dal modello di riferimento), sapere quello che si deve fare, avere protocolli per il proprio lavoro che è in qualche modo ripetitivo e determinato a priori; nel secondo lavorare sui decidibili (nel senso che siamo noi a decidere come intervenire e a doverci assumere la responsabilità per le nostre scelte), dare spazio alla creatività e alla possibilità di creare percorsi alternativi.
E’ il livello epistemologico quello su cui ci siamo sempre concentrati in quanto è sempre necessario fare una scelta. Il concetto stesso di psicoterapia muta il suo significato, diventando una delle azioni possibili per favorire l’evoluzione. Non più la tecnica per eccellenza per costruire il cambiamento, non più l’unico mandato sociale, ma piuttosto un progetto tra altre opzioni. La scelta di proporre una psicoterapia, di passare ad un secondo livello di intervento, implica l’intenzione di iniziare un percorso breve-lungo (breve per numero di sedute, lungo temporalmente) con un contratto esplicito e una finalità definita.
Non scopriamo la realtà del paziente ma la inventiamo in seduta; non facciamo parte di una realtà data e unica ma mettiamo ordine in una serie di “capti[4]” che ci bombardano. Cambia il modo di leggere la realtà, connettere i dati tra loro, interpretare le situazioni che vengono presentate, considerarsi in quanto clinici; mutano le categorie da utilizzare per permettere alla situazione di non staticizzarsi. Non a caso la scuola di Milano nei training è sempre stata più attenta al passaggio dall’ottica semplice alla sistemica (altro aspetto importante per noi è sempre stata la teoria della tecnica, anch’essa molto puntuale).
Non siamo l’unico modello terapeutico che si definisce costruttivista, siamo quello – forse – che lo esplicita con più forza e che insiste sulla danza interattiva e sociale. Siamo coloro che oltre che definirsi costruttivisti con più determinazione e coerenza ne hanno accettato le conseguenze. Quali operazioni a questo livello epistemologico sono specifiche e ci differenziano dagli altri modelli?
Se il mondo emerge dalle nostre operazioni, diventa imprescindibile riflettere sulle premesse e sulle scelte soggettive che hanno determinato l’emergere di quella particolare “realtà” e non di un’altra; riflettere sulle scelte compiute dal clinico, sulle operazioni di secondo ordine che deve mettere in atto: la diagnosi della diagnosi, l’attenzione a come le categorie che si utilizzano e gli interventi che si fanno ampliano o restringono il range di possibilità, in poche parole la propria partecipazione alla costruzione della narrazione e al processo in atto.

1- la ricorsività

Il clinico non contempla oggetti, materia, territorio, ma privilegia i processi recursivi di secondo ordine, mappe di mappe, punteggiature di punteggiature, controllo del controllo, retroazioni delle retroazioni, cambiamento degli usuali processi di cambiamento. La sistemica forse più di altri modelli si occupa della autoreferenza[5]; nello specifico teorizza che ciò che conosciamo è sempre il prodotto dell’interazione tra le operazioni che avvengono tra noi e ciò che ci sta intorno. Ogni fenomeno biologico ha ed è un modo di conoscere. Sono operazioni recursive:

  • riconoscere la complementarietà oggetto-metodo per cui ciascuno rimanda all’altro;
  • considerare la referenzialità della relazione come elemento fondante il lavoro;
  • intendere la psicoterapia stessa come sistema auto-organizazionale capace di dare forma alla realtà interattiva in modo da garantire il mantenimento della sua struttura (di garantire il paziente come paziente e il clinico come clinico)
  • mettere in primo piano i processi recursivi dei sistemi osservati: considerare il mondo in cui l’attore agisce su se stesso perché è incluso nella sua organizzazione, prestando attenzione ai circuiti che includono anche il sintomo;
  • considerare le categorie che il clinico stesso utilizza al fine di non bloccare la naturale processualità (automonitoraggio: attenzione a sé come operatore, alle operazioni sulle operazioni, momenti di time out, doppia posizione interna ed esterna);
  • agire su sé stessi perché inclusi nel sistema e strumento principe nello studio/sbroglio delle interazioni;
  • monitorare la propria posizione all’interno del sistema in modo da ottenere ciò che si desidera nella relazione clinica e confermare l’esistenza di tutti i partecipanti;

2- L’attenzione alle azioni terapeutiche

La conoscenza scaturisce dall’azione: se vuoi conoscere agisci, ci ricorda von Foerster, per cui l’epistemologia diventa una teoria della costruzione dell’esperienza strettamente dipendente dal nostro agire. Il conoscere si costruisce come agire, ogni apprendimento è un’azione, “l’azione è il punto d’inizio dal quale il soggetto conoscente e l’oggetto della conoscenza, all’inizio indistinti, si differenziano uno dall’altro, elaborando insieme il pensiero che retro-agisce sull’azione.” Il mondo che emerge è determinato dalle operazioni che abbiamo fatto. Quali le azioni in terapia?

  • Far emergere un sistema (scegliere per esempio di convocare una persona da sola oppure con la sua famiglia)
  • far emergere e organizzare il significato (azione e significato si collegano l’uno all’altro in maniera riflessiva: il managment coordinato dei significati di cui hanno parlato Pearce e Cronen)
  • far emergere la mutua specificazione fra costrutti, far emergere l’embricazione[6] tra concetti
  • il languaging inteso come la danza ineluttabile che si fa al fine di formarsi un mondo comune, attraverso un’azione congiunta
  • l’ascolto – anch’esso un’azione – che evoca la comprensione, una via di mezzo tra ciò che viene detto e la pre-comprensione già presente in chi ascolta,
  • il processo produttivo che emerge dall’interazione tra le parti, l’entrata in una deriva strutturale co-ontogenetica (Maturana) con la necessità di non controllare questo movimento, non guidarlo ponendosi fuori, ma analizzarlo a posteriori
  • fare e far fare in seduta e durante il processo: i compiti a casa, gli interventi falsificanti (Valeria Ugazio 1996).

Il comportamento linguistico è un’azione che crea la realtà,  il dialogo viene considerato  importante per costruire la realtà terapeutica, l’azione più importante da fare assieme, prestando attenzione alla sua forma, alle aspettative, alle emergenze. Utilizzare il linguaggio non è un’attività che avviene nel cervello ma una pratica sociale per spingere le persone ad inventare nuovi copioni, a esplorare/inventare nuove ipotesi, a fare le cose in maniera diversa (ogni azione nei sistemi umani è espressa tramite il linguaggio). Se il linguaggio che usiamo determina cosa vediamo, le ipotesi che facciamo come clinici debbono risultare evolutive, favorire l’ampliamento delle alternative: “L’umanità nasce nelle dinamiche sociali in cui ha luogo il ‘languaging’, un modo di essere insieme nella collettività” sostiene Maturana. Personalmente credo che sia un’azione congiunta, una forma di langiaging,  anche quella di sorbire del thé sempre disponibile in seduta (una sorta di oggetto transizionale che getta un ponte), o di condividere qualche piccolo rituale compreso nel setting (con gli adolescenti selezionare un argomento pescando delle carte preconfezionate, iniziare le sedute in un certo modo quasi sempre uguale…..) la cui ripetitività offre una gestualità prevedibile comune e rassicurante.
Per dialogare occorre mettersi nei panni dell’altro, quindi cambiare prospettiva, assumere un altro punto di vista. Dopo aver visitato il Malborough Family Center di Londra credo che possa essere utile dare agli individui in terapia anche una cinepresa da portare a casa oppure un audiotape, comunque metterli nella situazione concreta di osservare una situazione da più punti di vista (dietro una cinepresa le emozioni saranno schermate e l’osservatore potrà sentirsi più distante dall’oggetto; usando un registratore la consapevolezza di quello che avviene muta).
Altra “azione” terapeutica è quella di non pretendere di dare risposte esaustive, ma utilizzare le domande come stimolo per entrare in un dialogo, in un dominio partecipato e per operare distinzioni che perpetuino la possibilità di operare distinzioni. Così diventa una pratica sociale sistemica quella di de-costruire le premesse per aumentare i livelli di libertà dell’individuo.

3- Il lavoro clinico come lavoro epistemologico

Condividendo una teoria della costruzione dell’esperienza strettamente dipendente dal nostro agire (se vuoi conoscere agisci, lo abbiamo appena detto) possiamo considerare il nostro tipo di terapia  come un’operazione di produzione di processi di conoscenza (understanding understanding) che non avviene individualmente ma  nella relazione e nel dialogo, esplorando e facendo emergere le regole di composizione relazionali, emotive, comportamentali e metacognitive comuni (far emergere oggetti pieni di significato da quello che sembra un mare di luci… costruire una narrazione a partire da emissioni quotidiane disperse – per parafrasare Francisco Varala). Per noi sistemici diventa ineludibile considerare l’operatività “psicologica” (le operazioni cliniche più varie) un processo che ha a che fare con le scelte etiche ed estetiche insite nell’azione del conoscere, un impegno che implica più livelli di coinvolgimento. La possibilità di costruire nuove trame (un racconto polifonico) che abbiano origine dalla reciproca partecipazione al processo di acquisizione della conoscenza. Il lavoro individuale a mio parere diventa un lavoro epistemologico puntuale; sia il clinico che gli utenti sono spinti a:

  • decentrarsi, distanziarsi dal proprio pensiero per diventare più duttili e per prendere le distanze dagli usuali pattern
  • relativizzare, abbandonare una casualità rigida in modo da ampliare le lenti di osservazione
  • connettere tra loro eventi e ipotesi, considerare la costruzione dei significati e le influenze sociali e familiari del loro agire
  • introdurre il tempo e la lettura del contesto
  • processualizzare, descrivere eventi statici come un processo dal presente al passato e dal presente al futuro (e viceversa)
  • responsabilizzarsi rispetto ad azioni emozioni e pensieri, ritenersi cioè parte di ciò che accade anziché vittime o passanti occasionali.

4- L’imperativo etico  trasversale ad ogni operazione, ineluttabile

Se il mondo emerge dalle nostre operazioni diventa imprescindibile riflettere sulle premesse e sulle scelte che hanno determinato l’emergenza di quella particolare ‘realtà’ e non di un’altra, riflettere su cosa abbiamo fatto perché accadesse proprio quello che è accaduto. Come ripete spesso il mio collega Marco Bianciardi: “La psicoterapia dovrebbe essere considerata una pratica etica, non medica[7]”.
L’ineludibile capacità di assumersi la responsabilità del processo da parte degli operatori si esprime attraverso la scelta di azioni e ipotesi:

  • L’etica come prassi implicita che si manifesta attraverso il linguaggio e le azioni. Avere la responsabilità di creare contesti evolutivi
  • Sapere di essere un agente sociale, pagato per questo, acquisire responsabilità verso il proprio modo di operare
  • Avere la consapevolezza di essere parte del mondo del paziente e parte del mondo delle possibili soluzioni, non considerarsi in dis-parte rispetto al mondo dell’altro; non siamo osservatori esterni di un mondo indipendente da noi
  • Essere consapevoli della necessità di scegliere rispetto a decisioni che sono per principio in- decidibili
  • Mostrare un sentimento di rispetto che consta nella capacità di provare curiosità nei confronti della storia unica del paziente
  • Avere la capacità di assumersi la responsabilità del processo e del cambiamento, quindi: la responsabilità della costruzione della co-costruzione, della evoluzione della co-evoluzione, della creazione della co-creazione.
  • L’attenzione all’io devo diventa più importante che il tu devi: assumersi la responsabilità del proprio potere, quindi
  • La capacità di assumersi responsabilità anche per se stessi, il proprio apprendimento e le conoscenze che si hanno, anche della propria vita. Curare la propria competenza, il proprio know how, l’attenzione alle categorie che si utilizzano, la riflessività che si mette in atto rispetto ai processi di decodifica della realtà. Responsabilità nei confronti degli altri per quello che facciamo e responsabilità verso noi stessi per chi siamo.
  • …………………………………………………….. 

Livello del modello dell’umano e delle relazioni

Il livello del modello dell’uomo e della mente è quello in cui si prendono in considerazione appunto le teorie che la nostra scuola condivide circa l’individuo (terapeuta incluso), il rapporto tra questi e il contesto, le teorie sull’apprendimento… Tutte le teorie psicologiche che permettono di organizzare chi siamo, con chi abbiamo a che fare e dove. E’ chiaro quanto sia importante riferirsi alle metafore più attuali sull’umano, quelle che derivano dagli studi più significati e come questo imperativo possa venir espletato solamente tenendosi informati in maniera interdisciplinare.
Noi sistemici abbiamo sostituito il modello dell’uomo con un modello delle relazioni familiari triadiche,  del rapporto tra individuo e contesto, non ultimo il contesto in cui avviene la consulenza e l’inviante che fa la segnalazione. Una forte attenzione è sempre stata data al contesto dell’operatore (pubblico – privato[8], interdisciplinare o meno, lavoro di rete o lavoro concluso nella stanza di terapia) e alle relazioni tra operatori implicati nel caso. Le nozioni rispetto al modello della mente, della motivazione, del rapporto tra emozioni/cognizioni e comportamenti, tra livelli di coscienza sono invece sempre stati impliciti, presi a prestito da altri modelli o lasciati alle esperienze del singolo operatore. Alcune convinzioni però accomunano i sistemici:

5- L’individuo in costante evoluzione

Gli individui – come ogni sistema – sono in costante divenire, nascono semplici e si complessificano nel tempo, trovandosi in una costante processualità. Il sistema può fare solo quello che fa, può apprendere solo ciò che è predisposto ad apprendere. Rispetto al modello dello sviluppo   consideriamo gli individui come macchine non triviali che si comportano cioè in maniera non prevedibile e non sempre uguale (questo punto di vista valorizza l’eterarchia computazionale[9], la definizione non sempre razionale e prevedibile di valori e scelte). Tutti i sistemi sono in costante evoluzione per cui diventa importante che il clinico non li blocchi ma ne rispetti la processualità, intervenga a cambiare le usuali modalità di cambiamento e immagini gli individui e le situazioni in divenire[10].
Questa visione degli individui implica una  estrema fiducia verso di loro: hanno innata la tendenza a risolvere i problemi e il clinico deve soprattutto preoccuparsi di rimettere in moto il processo evolutivo e non bloccarlo non certo portarli per mano o spingerli. Importante diventa quindi il rispetto delle capacità di  autoregolazione e autoguarigione degli organismi implicati: “l’expertise è dentro le persone – dice Eia Asen – e il nostro compito è quello di creare contesti in cui sia possibile farla emergere”. Questa posizione comporta la ricerca e l’utilizzo delle risorse presenti nel sistema, nel contesto dell’utente e nel contesto terapeutico, l’attenzione ai punti di forza delle narrazioni e delle situazioni (è nota la grande fiducia della scuola di Milano negli allievi, così come la fiducia nei pazienti, nella capacità degli umani in genere di cambiare e di “aiutarsi da sé”).
Implica inoltre l’attenzione al rischio del rischio iatrogeno[11] inteso come l’attenzione all’andamento del processo e alla possibilità che anche un lavoro tecnicamente corretto porti ad uno stallo o ad un blocco, con susseguente peggioramento del paziente; l’ipotesi è che gli interventi e il processo che cura possano anche far male. La creazione della cronicità è uno degli aspetti più evidenti durante le supervisioni: nei Servizi capita che si offra un intervento, se ne offra un secondo e un terzo e non si monitorizzi il significato che questo accumulo produce né si coordinino gli operatori tra loro; se non si costruisce un sistema referenziale che ragiona su se stesso, la mancanza di progettualità porta inevitabilmente ad una collusione sull’idea di “gravità”, creando uno stallo terapeutico.

6- L’inconscio amico

L’inconscio, di cui ci occupiamo marginalmente, è considerata un’istanza “amica”. Questa teoria, differente da ciò che insegnava Freud, è stata presa in prestito dall’ipnoterapeuta Milton Erickson che, collaborando con Jay Haley e con il Gruppo di Palo Alto, ha influenzato la teoria sistemica in maniera indiretta. Cosa vuol dire inconscio “amico”? Che non ci troviamo di fronte ad un’istanza estranea ed esterna che rema contro l’individuo ed è indipendente, ma  di fronte ad un intuito acuto e molto sviluppato e soprattutto adattativo che può essere messo a disposizione della persona e utilizzato in terapia per ridefinire ciò che avviene e costruire la fiducia. L’accettazione dell’esistenza di punti ciechi del clinico e del cliente (non sapere di non sapere) viene considerata ineludibile, tollerata e utilizzata, dando fiducia al  disordine  e la perdita del me all’ordine che dal disordine può emergere. Da parte del clinico, abbandonando il mito del controllo.

 

7- L’auto-organizzazione del processo terapeutico

Il terapeuta, come ogni altro umano, è un sistema capace di autorganizzazione cioè di modificare i propri assetti in modo non deterministico e imprevedibile. Ha però bisogno di un sistema di significati che dia ordine al mondo. Accettare le novità significa accettare le invalidazioni del sistema e imparare a tollerare di destreggiarsi tra disordine troppo grande e semplificazioni inevitabili. Il clinico ha la tendenza, come tutti gli umani, all’autoconvalida per cui rischia di indurre risposte che confermino le proprie aspettative e di creare circuiti interpretativi e interpersonali di conferma di sé e delle sue ipotesi.
Considerare la possibilità della propria ignoranza nel dominio clinico (sapere di non sapere) implica rinunciare al proprio experise. Le situazioni sono imprevedibili, le scelte a volte indecidibili; pensare, agire e vedere sapendo di non sapere fa sì che in seduta si facciano accadere alcuni eventi, si lavori sugli spigoli che emergono, senza pretendere di controllare e conoscere il mondo dell’altro.

  • Significa immaginare la situazione terapeutica come oggetto frattale (una figura in cui un motivo sempre identico si ripete su scala più piccola o ampliata[12]);
  • significa sopportare l’ansia di rimanere in territori sconosciuti
  • significa l’ineluttabilità di colludere (cioè anche agire in maniera sintonica al sistema e quindi non introdurre differenze e non operare al fine di un’evoluzione)
  • significa monitorare la possibilità di entrare in risonanza.

Perdere l’estraneità e pretendere di tutto sapere porta infatti al rischio di entrare in risonanza (Elkaim), la situazione in cui non sappiamo di non sapere e siamo entrati in una zona cieca, rimanendo inconsapevoli e bloccati nel nostro agire. E’ quella situazione in cui non “sentiamo/percepiamo/ ascoltiamo” alcuni temi e quindi non li evidenziamo, non li facciamo emergere. Si tratta di quelle situazioni in cui i temi trattati sono così significativi e delicati anche per il clinico che non li riconosce, non li considera, e quindi non li affronta, forse perché anch’esso non li ha “digeriti” neppure nel proprio dominio personale.

Livello metodologico

Come leggiamo i problemi che ci vengono portati? Come pensiamo di dover intervenire per operare quel cambiamento che ci è richiesto dal mandato sociale? Qual è il ruolo della terapia e quali sono i suoi ingredienti, le priorità di cui si occupa? Queste idee differiscono per i diversi modelli terapeutici ed è importante che vengano esplicitate durante il training?

8- Il sistema determinato dal problema

Il lavoro clinico è considerato un lavoro sulle operazioni del conoscere, nell’embricazione tra il clinico – in una doppia posizione interna ed esterna al processo – e i partecipanti alla danza, tutti gli operatori inclusi. La realtà che emerge dalla relazione tra i partecipanti costituisce  l’oggetto di analisi. Il processo clinico propone la creazione di un campo relazionale, la costruzione di interazioni partecipate al fine di permettere che ogni definizione ne rappresenti e definisca un’altra e che si crei una condivisione ed  embricazione tra le premesse di tutti gli osservatori (inviante, operatori tutti che devono necessariamente collaborare) e quelle dei committenti, al fine di costruire un sistema determinato dal problema, polifonico e complesso che proponga una progettualità comune. Ipotesi e soluzioni  emergono dalla relazione: la possibilità di costruire nuove trame (un racconto a più voci) che abbia origine dalla reciproca partecipazione al gioco di acquisizione della conoscenza. Grande è l’attenzione  dei sistemici all’interattività intesa come danza emergente di tutte le forze in campo.
La danza dei partecipanti alla relazione clinica è sempre stata valutata come elemento fondamentale, non occuparsene sarebbe come perdere di vista una priorità.

9- Il cambiamento continuo

Il significato del sintomo, la concettualizzazione del problema e come si arrivi alla psicopatologia è un’altra caratteristica a noi specifica. In base alla storia del nostro modello, che non ripropongo e ritengo di dominio di tutti, ci è stato chiesto di rinunciare – come motivazione primaria del lavoro psicologico – a ogni fantasia di cura, guarigione, crescita, miglioramento del sé, consapevolezza (rendere conscio l’inconscio, spiegare le trame relazionali), tutti concetti cui fanno riferimento gli altri modelli clinici. Non si tratta di produrre un cambiamento ma di interagire in modo che il cambiamento che comunque si verifica segua un corso piuttosto che un altro (Maturana, Mendez, Coddu 1988); il cambiamento non è creato né diretto dal clinico, è soltanto innescato in seduta e dipende dalle reazioni organizzative del sistema.
Noi sistemici abbiamo a lungo sostenuto che gli individui non sono malati e che non possiamo  pretendere di curarli: sono solamente malati di contesto. Ci è stato chiesto di instaurare possibili circoli virtuosi, spezzando quelli viziosi che tanto facilmente si incistano e si ripetono sempre uguali.  Operare al di fuori di etichette a priori, uscire dai percorsi usuali, rinunciare alle solite soluzioni – rinunciare ad una salute mentale pensata come a priori – immette nel mondo degli indecidibili. La patologia è un’ecologia di idee a cui non è possibile non partecipare e va compresa attraverso i processi di autoregolazione e i meccanismi che la auto mantengono. Comprendere un problema significa conoscere il modo in cui elementi di natura psicologica diversa interagiscono tra loro: stili di interazione, significati, emozioni, modalità di regolazione delle stesse, alleanze, rapporti…

10- Gli errori ineludibili

Quali sono gli obiettivi, i criteri, le priorità delle azioni cliniche al fine di creare un’evoluzione? Non ci possiamo considerare “agenti di cambiamento” che operano sugli altri per modificarli direttamente. Le persone e le organizzazioni sono continuamente nel flusso del cambiamento; possiamo entrare in una deriva strutturale co-ontogenetica con le persone, ma non possiamo controllare questa evoluzione.  Ogni consulenza si rivolge inoltre alle possibilità di mutamento strutturale perché non è possibile intervenire direttamente sull’organizzazione. Le differenze avvengono a livello della struttura del sistema, diventa necessario quindi ampliare l’orizzonte delle scelte, intervenire sulle interazioni, aumentare il numero dei punti di vista, far emergere la ricorsività, rispettare la processualità “naturale” del sistema, tollerare il rumore…..
Non esiste un “modo giusto di comportarsi”, il consulente non può pensare di condurre un sistema ad un determinato risultato, esiste però la possibilità di partecipare alla costruzione della consensualità. Così diventa fondamentale tener conto del proprio potere, espletato attraverso la competenza e l’autorevolezza ma anche attraverso segnali ineluttabili, a volte trascurati, quali il sesso (in quanto operatori, essere maschi o femmine), la razza (tema meno importante in Italia dove comunque gli operatori e degli utenti sono bianchi, il problema sorge nel lavoro coi migranti), la religione, il contesto di provenienza e di consulenza ……
All’interno di un’epistemologia cibernetica nulla è dannoso o benefico in sé, può venir definito tale solo all’interno di una relazione e di un contesto. La possibilità dell’errore non si distingue dalla possibilità stessa della conoscenza ed evitare errori, ci ricorda Keeney, può risultare disastroso per i clienti in quanto la base per l’autocorrezione cibernetica deriva dalla possibilità di generare errori e differenze che permettono di cambiare i propri comportamenti. Ci sono poi dei comportamenti che sono microscopicamente “errati”:

Nel contesto pubblico: costruire l’incurabilità

                                  non operare una presa in carico

                                  far passare gli utenti da un servizio all’altro, senza coordinamento a rete

                                  sommare gli interventi anziché fare una accurata strategizzazione

                                   ……………………………………..

Nel contesto privato:  offrire ciò che viene richiesto

                                 perdere curiosità e libertà d’azione

                                 essere ridotto all’impotenza

                                         rinchiudersi nelle quattro mura dello studio, incuranti dell’esterno

                                 ………………………………………..

In ambedue:                difendersi con la tecnica

                                       non assumersi la responsabilità del cambiamento

                                       non fare una attenta analisi della domanda

                                       accettare una domanda definita dall’urgenza e dalla gravità

                                       seguire un modello ortopedico e seguire il mandato sociale

                                       costruire o condividere una premessa di “incurabilità”

                                       non organizzare la presenza di un “case manager”

                                       perdere il reciproco riconoscimento di estraneità

                                       …………………………………………………

11- Il ruolo del clinico

In un articolo del 1992 Laura Fruggeri scrive che a seguito della rivoluzione costruttivista muta in maniera significativa il ruolo del clinico: cade la sua potenza, si spezza la bacchetta magica, si apre la crisi di identità. Abbiamo già sottolineato come il clinico debba rinunciare a sentirsi responsabile dei comportamenti degli altri e diventi responsabile invece del progetto terapeutico; come debba abbandonare l’idea di curare e rinunciare parimenti alle interpretazioni. Tutti i lettori conoscono l’idea dell’irriverenza, considerata – come diceva Cecchin – un atteggiamento che protegge dalla dipendenza verso qualcosa, qualsiasi cosa. (“Si tratta della possibilità di ribellarsi alle proprie idee, ai propri miti e credenze che potrebbero inchiodarci in qualche gioco ‘pesante’, con tanta sofferenza e apparentemente senza via d’uscita. Questa ribellione può essere a volte l’unica opportunità di un cambiamento. L’irriverenza si manifesta verso le proprie idee, non quelle degli altri[13].”)
Nel suo mandato sociale e  nella relazione coll’altro il terapista ha comunque alcune operazioni da espletare, che vorrei sottolineare brevemente:

  • operatore come perturbatore strategicamente orientato
  • costituirsi come costante e non farsi inglobare dal sistema
  • relazionarsi con l’altro in un dialogo che confermi l’esistenza dei partecipanti
  • decentrarsi, sapersi tirare fuori al fine di compiere aggiustamenti, per ottenere ciò che si desidera.
  • rinunciare alla razionalità di una spiegazione coerente, tollerare il disordine
  • non essere mosso da una modalità finalistica
  • progettare, strategizzare al fine di non venire inglobati nel sistema,
  • non perdere la curiosità,
  • non mantenere situazioni iatrogene
  • mostrare un atteggiamento di rispetto

Teoria della tecnica

Oltre agli aspetti epistemologici, come clinici della scuola di Milano, abbiamo insistito sulla teoria della tecnica attraverso le tre  direttive che la Scuola di Milano ha dato nel 1980 come linee guida della seduta: Ipotizzazione, Circolarità, Neutralità (che non espanderò per scelta, anche se sono stati poi elaborati ulteriormente). Direttive molto puntuali, dei veri e propri vincoli/possibilità cui attenersi. E’ chiaro che i livelli d’azione sono anche altri. A volte vengono  introdotte tecniche anche prese a prestito da altri contesti e da altri modelli, la terapia – lo abbiamo già detto – è un processo sempre più contaminato. Credo però ci sia una processualità specifica nostra: 

13- Setting flessibile e partecipato

I sistemici si sono poco occupati del setting e poco hanno scritto sulla sua definizione. Sono però stati i primi ad uscire dalla stanza di terapia e “sporcarlo”, invitando più persone, incontrandosi in luoghi altri, non essendo rigidi sulla durata e la frequenza. Sono stati i primi anche a creare un contesto in cui si potessero fare esperienze concrete (i compiti fatti a casa o in seduta, le sculture, le sedute di pranzo con le pazienti anoressiche di Minuchin, la possibilità di incontrarsi in altri contesti….) Non a caso l’insistenza sulla necessità della trasparenza da parte del clinico accentua la parità tra gli individui presenti in seduta e rende più partecipata la relazione e il lavoro comune.
Malgrado il setting sia stato da noi de-sacralizzato e non venga utilizzato come marca di contesto rigida, come costante che partecipa alla perturbazione, malgrado poco si metacomunichi sul quanto avviene al suo interno (poco viene interpretato), abbiamo alcune prassi che ci accomunano: la frequenza degli incontri (l’uso di vedere le famiglie ogni quindici giorni/un mese mentre nella tis operiamo di solito settimanalmente), l’abitudine a non cambiare stanza con la stessa persona, alcuni rituali che seguono sequenze prevedibili. Personalmente scelgo con chi fissare una stessa ora allo stesso giorno della settimana e con chi invece contrattare il successivo appuntamento ogni volta; condivido il thé con i pazienti (una teiera fumante bolle nella stanza, dando una sensazione di accoglienza) e capita sia a loro che a me di passeggiare per la stanza.
Rispetto alla terapia individuale quale dominio delle spiegazioni in cui si lavora sulle narrazioni condivise, il contratto emotivo è basato sulla fiducia reciproca, sulla collaborazione e sulla trasparenza di emozioni, pensieri e stati d’animo. La sensazione è quella di trovarsi sulla stessa barca, di avere obiettivi comuni e di parteciparsi nel tempo il lavoro che si sta facendo e i risultati conseguiti.

Strategie terapeutiche con gli individui

  • Ricercare il significato adattativi del problema presentato
  • Ricercare la relazione tra il problema presentato e l’organizzazione familiare
  • Ricercare il ruolo adattativo del pd rispetto al contesto allargato
  • Allenare all’auto-osservazione: analisi dei processi di pensiero, emotivi e relazionali in rapporto agli eventi
  • Approfondire i meccanismi culturali della persona e del contesto
  • Indagare le modalità di attaccamento e distacco
  • Provocare un distanziamento dall’egocentrismo attraverso la costruzione di ipotesi
  • Costruire una piattaforma di osservazione non valutativa dalla quale clinico e utente possano analizzare quello che avviene (decentramento)
  • Falsificare anziché verificare le ipotesi presentate
  • Prestare maggiore attenzione alla decostruzione
  • SEMPRE e COMUNQUE costituirsi come referenti autorevoli e costruire una relazione significativa
  • Riflettere insieme sul processo terapeutico in atto
  • Costituirsi come costante
  • …………………………..

14- L’analisi della domanda come strumento per non piegare il paziente al modello

Si tratta della iniziale sospensione di ogni azione al fine di proporre una lettura psicologica e quindi un’analisi delle motivazioni che sottendono la richiesta di aiuto. Si tratta di istituire uno spazio di pensiero sulle emozioni che hanno motivato la domanda stessa al fine di capirne il senso e di identificare la risposta più adeguata. L’analisi della domanda è una opportunità per svincolarsi da una risposta preconfezionata, per ridefinire la domanda stessa e per progettare l’intervento più adatto alla situazione. Si tratta di un vero e proprio intervento psicologico clinico in quanto 1- permette di riflettere sul rapporto tra evento e contesto di significazione, 2- dissocia il sintomo dalla persona, 3- permette di mettere in piedi un’esperienza multivocale, di costruire un pluriverso, 4- di analizzare il problema anziché risolverlo, 5-permette di rimanere ad un primo livello di intervento, 6- propone all’operatore di entrare nell’universo dell’altro e di ricercare o costruire una coerenza tra le mappe che sono in campo.

15- Domande come interventi

Dell’attenzione alla forma del dialogo, alle aspettative, alle emergenze ne abbiamo già parlato. Non abbiamo però puntualizzato il fatto che esistono molti tipi di domande che aiutano a costruire la realtà terapeutica. Il clinico può perturbare una situazione, decostruire ipotesi[14], lanciare dei “palloni sonda[15]”, creare esperienze falsificanti[16]…. Tutto questo lo fa soprattutto con le domande che pone, che diventano così dei veri e propri interventi. Karl Tomm si è particolarmente occupato di questo aspetto e ha proposto le domande interventive, quelle che una volta poste definiscono una realtà e determinano una definizione particolare. Sono considerate come degli “enzimi” che disgregano le vecchie strutture e permettono di stabilire nuove connessioni.

16- La ridefinizione in positivo

E’ una nostra caratteristica precipua quella della ridefinizione in positivo, al punto che alcune scuole (per esempio il Kensington Consultation Center) ne fanno la linea guida fondamentale di ogni incontro. Se pur penso che una costante ristrutturazione in positivo a volte rischi di creare una realtà poco rispettosa del dolore e delle difficoltà delle persone e rischi di perdere contatto con gli aspetti sociali della realtà che il paziente porta, reputo altresì che la capacità da parte del clinico di considerare gli aspetti positivi di ogni situazione costituisca un valore aggiunto alla condivisione comune. Il concetto stesso di resilience, tanto usato in clinica attualmente – che indica l’abilità di un individuo di rimbalzare dalle avversità, perseverare attraverso le difficoltà e ritornare in equilibrio – può forse essere un concetto derivato dalla nostra ridefinizione in positivo. La capacità di mobilitare le risorse elaborando quanto è avvenuto anziché caderci dentro.
Credo che la nostra capacità di vedere il valore adattativi di un sintomo anche grave (utilizzando per esempio il concetto di “sacrificio” o quello di “matrimonio”) sia stato una vera e propria ristrutturazione cognitiva anche per noi clinici: ci ha abituato a non cadere nella trappola dell’urgenza e della cronicità. Vi ricordate quanto erano potenti quegli interventi basati sulle ridefinizioni radicali, quelle prescrizioni paradossali che facevamo a fine seduta? Purché il clinico ci credesse veramente, avevano un effetto ristrutturante quasi immediato. Attualmente abbiamo abbandonato le prescrizioni paradossali in quanto le abbiamo ritenute ‘figlie’ di un’ottica strumentale e lineare, in cui l’operatore si poneva fuori dal contesto comune; credo però che ogni ridefinizione funzioni purché anche il clinico ci creda e non la proponga solo per dire qualcosa di diverso. La nostra onestà nel contesto della terapia è un valore che non possiamo dimenticarci mai.

17- Cercare il sistema di coerenze del paziente

Comprendere un problema significa conoscere il modo in cui elementi di natura psicologica diversa interagiscono tra loro creando un’unità coerente che appare ovvia al paziente. Sto parlando dello sviluppo di una coerenza molto stretta tra comportamenti, idee e interazioni che portano a vivere e spiegare un quadro omogeneo di azioni. Il concetto di “attrattore”è a mio parere coerente con ciò di cui stiamo parlando, si tratta del nucleo di caratteristiche psicologiche attorno al quale si condensa il funzionamento di un individuo. La psicoterapia potrebbe essere considerata un processo di emergenza di nuovi attrattori, che portano alla formazione di nuove connessioni tra intrapsichico e intersoggettivo, tra intersoggettivo e intrapsichico. Noi andiamo poi ad individuare quel nodo che fa emergere la coerenza tra azioni, pensieri e accadimenti, tra stati d’animo e scelte, quasi che ogni persona mettesse in atto un copione ripetitivo al fine di potersene liberare.

            18- Lavorare sullo spigolo che emerge

Non ci sono  temi privilegiati o definiti, in terapia si può parlare di tutto e si sceglie quello che porta l’utente e su cui desidera focalizzare. Una lunga diatriba è sempre stata quella se ogni seduta fosse da considerarsi come unica o parte di un processo con storia. Personalmente propendo per la seconda ipotesi, ugualmente non credo sia necessario mantenere una coerenza discorsiva e affrontare i temi in ordine. Ci si accorge così che un tema rimanda ad un altro e che un argomento apparentemente periferico permette di trattare un tema centrale per quello specifico individuo. Ritengo molto importante avere una strategia a grandi linee, e avere un progetto terapeutico, che può essere portato avanti anche disordinatamente, scegliendo di seguire l’utente rispetto ai temi da trattare (ma forse questo dice chi io sia più che non cosa si debba fare in seduta; del resto è fondamentale adeguare la conduzione a chi noi siamo e alle nostre caratteristiche precipue).

19, 20- invito i lettori ad aggiungere a loro piacimento altri aspetti che ritengono siano nostri precipui e che costituiscano un plus del nostro modello.

CONCLUSIONI: il valore aggiunto del lavoro sistemico (individuale)

La terapia è un processo di secondo livello, specialistico, in cui è necessaria la presenza di una domanda esplicita come esplicita deve diventare la motivazione al cambiamento e il contratto sul lavoro da svolgere. Si tratta di un intervento mirato all’evoluzione, in un percorso determinato dal modello, in cui il committente è anche l’utente dell’intervento. (A volte l’utente stesso può scegliere il modello e la persona con cui lavorare; nelle strutture pubbliche questo non è usuale e Valeria Ugazio ci ha spiegato come non sia neppure necessario e a volte diventi controproducente (1985).
La terapia individuale è una conversazione terapeutica nella quale il contratto, la relazione privilegiata e la costruzione del dominio consensuale avviene con l’individuo, anche se si può scegliere a volte di incontrarsi con altre persone significative o di suggerire compiti a casa interattivi, in modo da perturbare comunque l’individuo. Mette in atto una serie di operazioni relazionali, interattive, contestualizzate, soggettive, evolutive, non istruttive, intersoggettive, costruttive, perturbative, responsabili, di secondo ordine, basate sulle retroazioni…. Tutte caratteristiche intrinseche all’ottica sistemica che, a mio parere, offrono un valore aggiunto al processo della psicoterapia.
Cosa vi ho proposto in questo articolo? Niente che non sapeste già. Ho cercato di evidenziare i punti di forza del nostro lavoro come sistemici in quanto ritengo che l’ottica sistemica sia uno strumento fantastico nella lettura e nella prassi clinica, uno strumento che potremmo ancor più approfondire per scoprirne ulteriori vantaggi.  Spero che il lettore non si sia spaventato di tutta la teoria proposta, credo che imparare a diventare psicoterapeuti implichi apprendere a livello teorico molte cose e poi lasciare che fluiscano dentro di sé in modo da poterle dimenticare e tornare a fidarsi del proprio intuito. Un altro livello di conoscenza di cui non abbiamo ancora parlato è infatti quello intuitivo: ciò che non sappiamo di sapere. Quello che avviene in terapia non è totalmente oggettivabile, le procedure non sono razionali tutte. Seguendo Bateson potremmo proporre il  lavoro terapeutico su un doppio binario, quello della conoscenza per conoscenza (un modo di pensare consapevole e finalistico, utile per fare progetti, scrivere, verificare risultati, spiegare, indagare) e una conoscenza per sensibilità, (che favorisce il riconoscimento reciproco, si forma sull’esperienza del provare emozioni e sensazioni, sul riflettere e comunicare su tali emozioni). Utilizzare ambedue questi livelli contribuisce a costruire l’ autorevolezza del clinico e ad alimentare la sua curiosità, favorisce la possibilità di non semplificare e di costruire una relazione empatica.
Vorrei terminare con una raccomandazione che è uno degli imperativi etici del mio maestro Heinz von Foerster e un utile suggerimento in terapia: Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte tue e altrui.

BIBLIOGRAFIA

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Note

[1] Psicologa clinica e didatta sistemica, insegna alla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università La Sapienza di Roma

[2] Terapeuti che appartengono a modelli diversi differiscono nelle spiegazioni rispetto a: posizioni assunte sulle questioni epistemologiche, metodologiche, aspetti considerati e spiegazioni fornite, costrutti utilizzati e tecniche impiegate.

[3] Non a caso ho più di una volta suggerito l’utilità sistemica di un case manager che tenga dentro la mente la trama delle diverse azioni cliniche e che possa spiegare al singolo ciò che sta avvenendo e contenere il progetto, tenere insieme i fili delle diverse azioni.

[4] Termine usato da noi sistemici spesso, ricordo che l’ha coniato Laing per riferirsi appunto al fatto che gli stimoli non sono dati ma selezionati attivamente tra i tanti da un operatore attivo e consapevole di esserlo.

[5] L’autoreferenza è considerata la capacità di un sistema di rivolgersi a sé e di diventare oggetto della propria osservazione., vedi Sistemica alla voce auto-organizzazione/autoreferenza

[6] Facciamo parlare Fruggeri (Sistemica, voce embricazione): “Secondo una prospettiva complementare le polarità di una coppia di opposti vengono considerate come due entità asimmetriche governate dal principio dell’autoriflessività: ognune di loro può essere definita, a un diverso livello, come il processo da cui emerge l’altra.” Pag300

[7] Marco Bianciardi, comunicazione personale.

[8] Rimando all’articolo di Fruggeri,  I contesti della psicoterapia 1991

[9] McCullouch W.S. 1974

[10] Umano in divenire suggerisce infatti di chiamarci Martin Buber per sottolineare la non staticità del processo del vivere (“Se vuoi essere te stesso cambia” ricordava Heinz von Foerster che considerava ciascuno libero di agire verso il futuro che desidera).

[11] Iatreia, cura medica; gignomai, nascere; che deriva dalla pratica della cura. Indica situazioni in cui si ipotizza che il peggioramento non sia dovuto alla struttura della persona ma avvenga a seguito delle operazioni del curante.

[12] Voce “frattale” nel libro Sistemica.

[13] voce Irriverenza nel libro Sistemica

[14] Laura Fruggeri, comunicazione personale

[15] Mauro Mariotti, comunicazione personale

[16] Valeria Ugazio 1996

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